RED SOX REPORT #3: “TU TU – CIUFF CIUFF”

di ROBERTO MANTOVANI

Mentre continua il testa a testa tra New York Yankees e Boston per il trono dell’American League, i Red Sox superano facilmente Houston, nello stadio texano che definire spettacolare è quasi riduttivo. Anche se prima, contro Philadelphia, non è andata proprio benissimo…

Se la triplice sfida coi Phillies doveva essere un antipasto delle World Series…
Meglio passare oltre, goderci l’estate, le ferie, gli amici, i tuffi al mare di luglio, le grigliate d’agosto, e senza fretta alle World Series ci pensiamo poi ad ottobre.

Abbiamo saltellato allegramente sulla luna, vincendo e convincendo per quasi tutto giugno, poi alla fine del mese ci hanno pensato i Phillies a farci tornare con i piedi per terra, infatti da Philadelphia siamo tornati con solo un punticino in saccoccia (ma che vale oro). Prendere e ringraziare perché poteva finire peggio.
Nella cornice di un meraviglioso Ballpark, Philadelphia accoglie i Red Sox con entusiasmo e con un pitcher che stordisce i pericolosi battitori di Boston.
Nella prima partita i Phillies schierano un Cliff Lee che non ci lascia scampo, un Cliff Lee che lascia a zero quasi tutto il lineup avversario, un Lee che si concede solo a 2 inoffensivi hit, che si fa tutti i 9 inning, ci lascia a ZERO e si guadagna meritatamente il suo terzo consecutivo shutout.
Un Cliff Lee, che sarebbe meglio si prendesse un raffreddore, perché così fa paura.

Nella seconda partita, il leitmotiv non cambia: le nostre buone mazze continuano a dormire, nonostante si aggiunga potenza di fuoco con l’inserimento del nostro Big Papi fin da subito in campo, senza aspettare il consueto deperimento del lanciatore. David Ortiz viene inserito dove madre natura gli consente di sopravvivere: in prima base, e dove altro?
Se volete farvi quattro risate immaginatevelo in un altro ruolo… ma in “prima-base” il guanto di Ortiz ha svolto degnamente il proprio lavoro, senza causare danni, una posizione di 1B da ripetersi sicuramente a fine ottobre. Bravo Ortiz.

Il nostro naturale 1B Gonzalez viene spostato in RF (esterno destro) dove rimane addormentato tutta la partita in quanto da quelle parti non arriva nulla.
Rimangono dormienti anche le nostre mazze, dicevamo….. Portiamo a casa l’unico RUN, grazie ad un inaspettato Lackey’s double, uno swing del nostro lanciatore che oltrepassa Victorino, un doppio illusorio, non sufficiente per portarci davanti.
Arriviamo al nono inning sotto di un punto e mestamente ci rimaniamo, perché quel Bastardo (il loro closer, il dominicano Antonio Bastardo) ci costringe a tre pop-up, chiudendoci la porta in faccia per la seconda brutta sconfitta in terra di Pennsylvania.
Due sconfitte che mettono tristezza, due batoste che mettono allegria agli altri (quelli del Bronx sorridono…), due legnate che la metà bastava.

Il terzo incontro, sotto il sole, presenta due partenti con le stesse credenziali: sia il nostro Lester che il loro Hamels vanno cercando la loro decima vittoria personale.
La fortuna ci sorride, quando a metà partita, il loro pitcher Cole Hamels ancora immacolato viene colpito da un missile che lo costringe ad abbandonare la partita.
Rimane sul campo il nostro ragazzone Jon Lester, tanto bravo e decisivo sul monte, tanto goffo ed improduttivo con la mazza in mano: non ci prende neanche coi bunt.
Migliorabile in previsione World Series, ma teniamocelo stretto per come lancia.
Un grande Lester deve essere aiutato dai compagni in fase di attacco se vuole portare a casa una vittoria anti sweep…… !
Ci pensano gli eroi del 2007, Ellsbury, Pedroia e My Captain Jason Varitek.
Perfetto, non potevo chiedere di meglio: addirittura il mio Tek in quinta posizione nel lineup, la sbatte fuori tra il pubblico due volte. Evvai, Varitek, quinto in battuta…. diamogli fiducia, dai Francona osa ancora.

Ohhh, così si che andiamo bene.
Lasciamo Philadelphia, nel complesso ridimensionati, perché non dimentichiamocelo, non abbiamo trovato sulla nostra strada un certo “Doc” Roy Halladay.
Portiamo a casa una vittoria che evita la depressione, ma che ci (a noi ed a tutto il mondo MLB) apre gli occhi sulla reale potenza dei Phillies, veramente un grande team.
Quei Phillies che sicuramente arriveranno alla Postseason, quei Phillies che difficilmente mancheranno le World Series. Buona fortuna a chi dovrà affrontare quella batteria di lanciatori e quella difesa mica da ridere.

Il volo aereo dalla East Coast che ci porta in Texas, non ci provoca problemi di “jet-lag”. Anzi…
Arriviamo fiduciosi ad Houston, in uno stadio coperto meraviglioso che non può che non portarci bene.

Nel 2008, al Minute Maid Park, ho avuto il piacere di assistere ad una bella vittoria dei Red Sox sugli Astros, in posizione sopraelevata, sull’esterno sinistro, proprio sulla testa del mitico Manny Ramirez. Ci mancano quei suoi movimenti, quel suo stare spensieratamente in difesa.
Ci mancano quelle sue girate con pochi e poi con i troppi capelli in testa, sempre più inguardabile col turbante sul capo.
Non ci mancano quelle porcherie che ingurgitava che lo hanno costretto all’abbandono prima di una ulteriore squalifica.
Nel fresco stadio di Houston accerchiato da una folla di tranquilli mandriani Texani (con una media di sei birre a testa) mi sono goduto coi miei figli una vittoria Red Sox, condita dalla pacchianata del trenino che parte ad ogni Home Run…

Spiego meglio l’Americanata-Texana-Sponsorizzata: ad ogni fuoricampo degli Astros, la cosa viene celebrata con il far muovere un treno carico di arance, posizionato in alto sul muro all’esterno centro. Probabilmente una pacchianata gestita dallo sponsor dell’impianto, la società Minute Maid, ma che accetterei anche io nella mia città, se mi costruissero uno stadio del genere; copertura apribile e richiudibile in tempi veloci, aria condizionata da paura all’interno, un freddo sparato nella coppa che ti ghiaccia e paralizza, clima ideale per una partita di baseball altrimenti impossibile nell’estate Texana, ottima estetica interna ed esterna, visuale perfetta in ogni settore.
Per un impianto del genere, sopporterei quell’orribile trenino anche in camera da letto, mentre svolgo altre attività extra-sportive…!! “TU TU…CIUFF CIUFF…!”

Ma torniamo al gioco giocato: necessitano 3 vittorie contro una squadra, gli Astros, che vivono un brutto 2011, all’ultimo posto sia nella loro division, sia in generale in tutta la Major League.
Gli Astros che sul terreno amico vantano solo 14 vittorie su 47 partite…. poca roba veramente.
Houston che stranamente si posiziona in alto nella classifica generale delle HIT e degli AVG (batting average, la media battuta), ma che non vincono neanche a morire, grazie al disastroso reparto lanciatori: ERA a 4.65 all’ultimo posto, Home Run concessi a non finire, HIT e Basi Ball regalate senza problemi!!

Tre partite ad Houston riassunte brevemente: squadra concreta, essenziale, si intravede il ritorno delle mazze (quelle addormentate a Philadelphia) e prestazioni eccellenti dei vari Beckett e Papelbon.
Una sweeppata agli Astros che permette alla lancetta di tornare nel lato favorevole della bilancia in un consultivo di Interleague: 10 vinte e 8 perse.

Una sweeppata ai Texani che ci permette di riavvicinare quegli Yankees che dopo sette vittorie consecutive cadono nella New York dei Mets agli extra inning.
Cadono gli Yankees, evitando lo sweep ai cugini nella Subway-Series: cadono nel peggiore dei modi, con il loro closer Mariano Rivera che si fa raggiungere proprio come non sono abituati, ma l’età del Mariano in futuro forse prevede proprio questo, sempre di più, proprio come col granitico e statuario Jeter?

Avanti pure, dunque, con la East division che continua a presentare le 2 migliori squadre di tutta la American League.
Avanti pure così, perche all’orizzonte non solo non si vedono i due leocorni, ma neanche due squadre capaci di raggiungere Yankees e Red Sox.
Avanti pure:”TU TU CIUFF CIUFF…TU TU CIUF CIUFF…”.

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PARLIAMO DI BASEBALL CON MAURO MAZZOTTI, MANAGER DELLA TELEMARKET RIMINI E DELLA NAZIONALE SPAGNOLA

di DANIELE MATTIOLI

Si dice che chi non ha mai giocato o l’ha fatto per poco tempo, abbia difficoltà ad allenare una squadra, a maggior ragione se milita in un campionato nazionale o addirittura se si tratta di una nazionale.
Nel suo caso però si tratta di un eccezione, di una importante eccezione. Mauro Mazzotti, infatti, è partito praticamente da zero ma con grande capacità e dedizione per il suo lavoro è riuscito ad ottenere risultati che tutti gli allenatori vorrebero raggiungere: vincere quattro volte il Campionato Italiano e altrettante Coppe Nazionali, due Coppe delle Coppe, una Supercoppa Europea e Italiana. E’ inoltre diventato Manager della nazionale spagnola a testimonianza della sua bravura come allenatore.
E proprio Mauro Mazzotti, Manager della della Telemarket Rimini e della nazionale iberica, è l’intervistato della settimana.

DANIELE MATTIOLI: Ciao Mauro.
MAURO MAZZOTTI: Ciao a tutti.

DANIELE MATTIOLI: Iniziamo questa intervista parlando della stagione 2010 e in particolare di quella della tua Telemarket Rimini, che alleni. Se dovessi darle un giudizio, quale sarebbe?
MAURO MAZZOTTI: Fino adesso senza dubbio positivo, abbiamo lo stesso record dell’anno scorso al giro di boa, nonostante abbiamo cambiato fisionomia di squadra. 

DANIELE MATTIOLI: Dopo la qualificazione lo scorso anno alla Coppa Campioni, la squadra è stata modificata, con la partenza di giocatori come Rios, Coffie, Garcia e l’arrivo di Carvajal, Marquez e Brower. I giocatori si sono subito ambientati bene, come testimoniano i risultati sul campo.
MAURO MAZZOTTI: Con Carvajal abbiamo giocato sul sicuro, non avevo dubbi che avrebbe fatto bene essendo un esperto della nostra lega; Marquez abita in Germania e quindi anche con lui ero sicuro che si sarebbe trovato bene qui, anche se Enorbel credo debba ancora dimostrare tutto il suo vero valore.
Ed infine Brower che abbiamo trovato quasi ad inizio stagione. Era talmente tardi che non abbiamo neanche avuto il tempo di chiederci se con tanti anni passati in Major League come si sarebbe integrato qui da noi. Firmato, vistato, arrivato e subito “No Hit” (gara senza subire valide NDI) all’esordio contro il Grosseto. Beh, un bel biglietto da visita e dopo qualche mese mi sento anche di affermare che oltre ad essere un lanciatore di Major, è anche una persona di Major League.

DANIELE MATTIOLI: In occasione dello scorso fine settimana, hai incontrato la Fortitudo Bologna, sconfitta 2 a 1 nel trittico. Che giudizio ti sei fatto della squadra felsinea?
MAURO MAZZOTTI: La Fortitudo ha cambiato molto, ma è sempre lì vicina alla vetta e quindi questo sta a significare che la società ha lavorato bene. Vedrete che Bologna sarà protagonista fino alla fine anche quest’anno.

DANIELE MATTIOLI: Siamo già arrivati a metà stagione, chi vedi come favorite per l’accesso alla Post Season?
MAURO MAZZOTTI: C’è talmente poco distacco tra le prime sei squadre che è difficile dire chi andrà ai Play Off e chi ne rimarrà fuori. Posso solo sbilanciarmi nel dirti che secondo me tra quarta e la sesta non ci saranno più di 2-3 partite.

DANIELE MATTIOLI: E’ un anno importante questo per il nostro movimento. E’ infatti entrata in vigore la regola delle franchigie e il numero degli italiani in campo è aumentato a 6. Che pensiero ti sei fatto di questi cambiamenti?
MAURO MAZZOTTI: Le franchigie sono un’ottima idea se realmente le società collaborano unendo mezzi economici e tecnici altrimenti è solo una perdita di tempo. Nel mio modo di concepire il baseball vedo un roster unico con convocazioni settimanali nei 24 di A1, vedo chi non gioca nel trittico di IBL1 andare a fare dei turni in IBL2, ASI, NON ASI e stranieri compresi. E comunque abbiamo già visto qualche lanciatore di buon livello scendere in IBL2 per lanciare qualche inning in più. La regola dei 6 ASI in campo è una conseguenza.

DANIELE MATTIOLI: Ripercorriamo ora la tua carriera da Manager, iniziata nel 1984 come allenatore delle giovanili del Milano ’46. Avresti mai pensato di raggiungere, quando hai iniziato a svolgere questo incarico, questi grandi risultati?
MAURO MAZZOTTI: Ho sempre studiato e viaggiato per imparare e per conoscere meglio il gioco ed i suoi aspetti. Non essendo stato un gran giocatore, ho dovuto iniziare da zero ed ho dovuto guadagnarmi sul campo la credibilità da tecnico.

DANIELE MATTIOLI: Dal 1990 al 1993 sei stato Manager della Mediolanum Milano, dove hai conquistao 2 Coppa Italia, 2 Coppa delle Coppe ed 1 Super Coppa Europea. Che ricordi hai di quelle vittorie?
MAURO MAZZOTTI: Ho a cuore soprattutto la prima Coppa delle Coppe che abbiamo giocato in Svezia. E’ stata la più bella, soprattutto perché abbiamo dovuto battere Parma e Rotterdam per vincere il trofeo.

DANIELE MATTIOLI: Dopo essere passato per Rimini, dove hai vinto il tuo primo Scudetto nella stagione ’99, sei approdato in Fortitudo, dove hai lavorato per sei anni divenendo uno dei Manager più vincente della storia della squadra felsinea (255 vittorie). Quanta soddisfazione c’è stata nell’aver preso una squadra che era retrocessa in A2 ed era appena risalita in A1 e averla riportata sul tetto d’Italia per due volte e al vertice anche del batti e corri europeo?
MAURO MAZZOTTI: Bologna è stata una tappa fondamentale della mia carriera di tecnico. L’essere riuscito a creare una struttura che dura ancora nel tempo è sicuramente un gran vanto per me.

DANIELE MATTIOLI: Tante vittorie e tanti momenti passati in biancoblù. Se dovessi fare una tua top-three personale, quale sarebbe?
MAURO MAZZOTTI: Non è facile fare un elenco anche perché ci sarebbero tantissimi momenti e ricordi da menzionare. Però, senza metterli in ordine, non dimenticherò mai i 10 tifosi che all’alba ci aspettarono a Casteldebole nel 2000 quando tornammo da Nettuno con tre vittorie su tre gare e poi gli ultimi due out negli Scudetti. Nel 2003 quando Fabio Milano affronta Canate del Modena che batte un pop in foul che Sheldon prende al volo e l’urlo della gente nel 2005 all’ultimo strike out di Matos su Molinini.

DANIELE MATTIOLI: Nel 2005, dopo la vittoria dello Scudetto in Finale contro il San Marino, sei passato al BBC Grosseto dove hai allenato fino alla stagione 2008. Lasciando da parte le polemiche extra sportive, anche qui hai conquistato l’ennesimo titolo della tua carriera, sconfiggendo in Finale la Caffè Danesi Nettuno al termine di sette spettacolari gare.
MAURO MAZZOTTI: E’ stato uno spettacolo di pubblico, con 6-7 mila persone in gara 6 e gara 7. Sono state partite tiratissime fino alla 27 esima eliminazione con tanta, tanta tensione. 

DANIELE MATTIOLI: Manager di squadra di Club ma anche Manager di Nazionale, come testimonia il tuo incarico con la nazionale Spagnola. Si potrebbe dire di aver raggiunto l’apice in una carriera di un allenatore, ricoprendo anche il ruolo di commissario tecnico di una nazionale? E inoltre come riesci a conciliare questo doppio incarico?
MAURO MAZZOTTI: Non è facile ma ci riesco dedicandoci molto tempo. In Spagna vado una o due volte al mese ed inoltre ho 4 coaches che seguono delle partite concordate settimanalmente mandandomi dei report con i giudizi sui vari giocatori che sono di interesse nazionale. Poi di solito prima degli eventi internazionali facciamo dei raduni con rose allargate per poi scegliere il roster finale.

DANIELE MATTIOLI: E ora prima di concludere l’intervista, qualche piccola curiosità. Visto il tuo legame con la Major League, che squadra tifi? Il tuo giocatore preferito?
MAURO MAZZOTTI: Una volta tifavo per i Red Sox perché la prima volta che sono stato in America avevo passato molto tempo a Boston. Poi, però, col tempo mi sono sempre appassionato per la squadra dove lavoravo, quindi prima i Seattle Mariners e adesso gli Astros. Come giocatore preferito…facile Ichiro Suzuki, un superatleta in un fisico da persona “normale”.

DANIELE MATTIOLI: Grazie mille per la disponibilità.
MAURO MAZZOTTI: Grazie a te.

MLB POST SEASON 2009: CHIUDE LO SPECIALE SULLE WORLD SERIES 2009 L’ARTICOLO DEL NOSTRO EMILIANO DELUCCA CHE CI RACCONTA LA VITA DI ANDY PETTITTE, TRASCINATORE DEGLI YANKEES AI PLAYOFF 2009

di EMILIANO DELUCCA

mlb-logo1E’ sempre bello tornare a casa, qualunque essa sia…Andy Pettitte l’ha fatto due volte.
Ha lasciato New York per tornare nella città che l’ha cresciuto, Houston, aiutandola a vincere il suo primo Pennant, poi è tornato nella sua seconda casa, il Bronx.
Ombroso, silenzioso, sempre al suo posto e poco appariscente.. Il suo ritorno non è stato roboante come l’acquisto di Alex Rodriguez, CC Sabathia o Mark Teixeira, ma a volte il silenzio può far tanto rumore e può portare alla vittoria..

Andrew Eugene Pettitte nasce il 15 giugno 1972 a Baton Rouge nella Louisiana. E’ il secondo figlio di Joann e Tommy Pettitte che crescono lui e la sorella Robin di 3 anni più grande con tanto affetto e amore.
Non appena comincia a camminare Andy si mette a giocare a baseball.
I genitori non hanno molti soldi così Tommy,vedendo che suo figlio ha una buona attitudine sul monte di lancio,si mette a studiare tutto quello che può sui meccanismi di lancio e sulle strategie.
Con l’aiuto del padre Andy, all’età di sette anni, acquisisce già un ottimo stile di lancio.
La famiglia Pettitte si trasferisce a Deer Park, sobborgo di Houston, nel 1981. Tommy lavora in una raffineria di petrolio e nel tempo libero allena Andy e la sua squadra di Little League.
I suoi genitori si domandano se sia giusto che Andy sia così totalmente assorbito dal baseball, anche perchè il giovanotto diventa una belva ogni volta che perde una partita oppure quando un lancio effettuato non è esattamente quello che pensava di mandare verso il piatto.
Si dispera, e a casa ripete all’infinito il movimento esatto per evitare di ripetere l’errore.
Il suo idolo, come è naturale per ogni pitcher texano, è Roger Clemens che in quegli anni muove i primi passi da professionista a Boston.
Nel 1986 entra alla Deer Park High School e lì incontra Laura Dunn che diventerà qualche anno più avanti sua moglie e da cui avrà quattro figli.
Suo padre si fa da parte e lascia che a sviluppare le doti di Andy ci pensi il suo coach Jim Liggett.
Già nell’anno da Junior ha una velocità di lancio oltre le 80 miglia e soprattutto un grandissimo controllo della pallina e nell’anno da senior riesce a vincere il campionato con la sua squadra.
Ogni volta che Andy lancia le tribune sono gremite di scout provenienti sia dai College che dalla MLB. Impressiona soprattutto per la location precisa dei lanci pur essendo un mancino e per la freddezzaAndy Pettitte in maglia Yankees / SI con cui affronta le partite..sembra indossare una maschera con un’unica espressione seria ed impassibile.
Riceve importanti offerte, compresa quella della Louisiana State University, ma nella primavera del 1990 viene draftato al 22esimo giro dagli Yankees. Andy vorrebbe essere preso dagli Astros, purtroppo però gli scout di Houston sono famosi per non essere in grado di raccogliere i fiori che gli crescono in giardino.. ed infatti Andy viene ignorato!
Indeciso sul da farsi, preferisce passare un anno al vicino San Jacinto Junior College per poi vedere se andare alla LSU, rendersi eleggibile al draft oppure firmare per gli Yankees.
Wayne Graham, coach del San Jacinto, vede le potenzialità di Andy, e infatti lo definisce “il Roger Clemens mancino”.. durante l’inverno gli prepara un programma di allenamenti per perdere peso, migliorare la forma fisica e la meccanica di lancio.. i risultati sono strabilianti!
In pochi mesi la sua fastball passa da 85 a 92 miglia all’ora e gli Yankees lo convincono a firmare per loro prima che la scelta del draft scada e Andy possa tornare eleggibile.
Passa nelle minors e a Greensboro conosce e diventa grande amico di un certo Jorge Posada, un ragazzino molto promettente come ricevitore.
Nelle minors raggiunge un record di 51 vinte e 22 perse con una media ERA totale di 2,48 in 122 partenze e nell’anno da Rookie ha una media di 0,48…letteralmente impressionante!
Il lancio di Pettitte / ESPNAndy fa il suo debutto negli Yankees il 29 aprile 1995. Il 1996 è il primo anno di nove consecutivi come partente di NY. Ha il record di vittorie per l’America League, 21, e gli Yankees vincono le World Series in sei partite, di cui una vinta e una persa per Andy.
Nel 1997 e nel 1998 è nella top ten in tutte le statistiche dei lanciatori e proprio nel ’98 vince per la seconda volta le World Series. Fino a gara 4 Andy non viene utilizzato..il padre viene operato in quei giorni per un doppio bypass cardiaco e lui vuole rimanere al suo fianco.
L’operazione riesce perfettamente così torna a New York dove gli Yankees stanno “asfaltando” i Padres.. gioca gara 4 lanciando per 8 inning senza subire punti e lascia che siano Nelson e Rivera a “matare” San Diego.
Le stagioni gloriose degli Yankees e di Pettitte proseguono sia nel ’99 che nel 2000, battendo in successione Atlanta e l’anno successivo i New York Mets nelle ormai famose Subway Series.
Le successive stagioni scivolano via con ottimi risultati personali che purtroppo non si tramutano in succesi di squadra.
Alla fine della stagione 2003 Andy decide di tornare a casa, in silenzio, come piace a lui..
A Houston sceglie il numero 21 in onore del suo idolo e grande amico Roger Clemens.
La stagione 2004 termina molto presto per Andy che finisce sotto i ferri per un intervento al gomito.Pettitte con la divisa degli Astros...grande stagione la sue nel 2005 / ESPN
Rientra la stagione successiva per portare la squadra della sua città alle prime World Series della sua storia, ottenendo la miglior media ERA della sua carriera, 2.39, seconda solo a quella del suo compagno di squadra Clemens. Purtroppo Houston subisce lo sweep dai White Sox, che non vincevano le WS dal 1917!
Dopo che nella stagione 2006 Houston non raggiunge i playoff, Andy torna nella sua seconda casa..
A New York il rumore è tanto.. gli Yankees non vincono dal 2000, il pubblico esigente della Grande Mela brontola..uno Yankee non è abituato a perdere..
Andy lavora in silenzio come suo solito..lavora duro e nonostante le sue continue stagioni al top gli Yankees vogliono ridurre il suo ingaggio..sembra sul punto di andarsene ma riesce alla fine ad accordarsi e resta anche per il 2009.
Il 31 agosto lancia 6.2 inning perfetti fino a quando Hairston Jr commette un errore su una palla facilissima.. il battitore successivo batte un singolo,levandogli così anche la soddisfazione della No Hit..
Il 25 ottobre vince gara 6 contro gli Angels per l’ALCS battendo il record di vittorie decisive nella postseason, mentre il 31 ottobre a Philadelphia batte il suo primo RBI Gli applausi dello Yankee Stadium a Pettitte dopo la sua ottima prestazione in gara 6 delle World Series / Athlonnei playoff mandando a casa Swisher e vincendo anche la partita.
E il 4 novembre vince la decisiva gara 6 delle World Series, sempre col suo sguardo imperturbabile e la sua calma incredibile..
18 vittorie complessive e 6 vittorie decisive nei playoff, 5 World Series vinte…certo, Alex Rodriguez e Derek Jeter sono le star e fanno molto più rumore, però… ehi New York..? Lo senti questo silenzio…? E’ Andy Pettitte che vince ancora…

GOLDEN GLOVE: EMILIANO DELUCCA RITORNA CON I SUOI ARTICOLI E CI PORTA ALLA SCOPERA DI RANDY “THE BIG UNIT” JOHNSON

di EMILIANO DELUCCA

Una regola universale del baseball dice che un giocatore alto più di un metro e 93 non potrà mai diventare un grande lanciatore…
Ma in ogni regola che si rispetti c’è l’eccezione… in questo caso l’eccezione è alta 2,08 e si chiama Randy Johnson..
Randall David Johnson nasce a Walnut Creek,California, il 10 settembre 1963. Suo padre Bud fa il poliziotto mentre la madre Carol fa qualche lavoretto saltuario, soprattutto nel volontariato e si occupa del figlio.
Già da bambino Randy è molto alto e, come è logico che sia, il suo primo indirizzo sportivo è il basket, ma il suo sogno rimane il baseball.
E’ l’unico bambino durante le partitelle fra amici in grado di far “sibilare” la palla e dopo un po’ tutti gli altri ragazzini non vogliono più giocare con lui… non a causa della velocità dei lanci, ma per lo scarso controllo al lancio di Randy, il che fa diventare l’andare in battuta contro di lui una specie di roulette russa!
Il padre Bud decide di aiutarlo.. gli fa da ricevitore, gli disegna sul muro un’area di strike… Randy lancia la pallina contro quel muro per ore e ore tutti i giorni, tanto da farsi saltare via le unghie della mano sinistra a forza di impugnare la pallina.
Entra alla Livemore High School, dove eccelle nel basket e nel baseball. Il problema più grosso riguarda la sua uniforme.. tutti infatti lo prendono in giro perché i pantaloni gli arrivano al ginocchio e ad ogni lancio gli esce la maglietta dai pantaloni, tanto che viene costretto dagli arbitri a risistemarsi dopo ogni pallina lanciata.
Al termine del liceo viene scelto dai Braves, ma i genitori lo convincono ad andare al college,per migliorarsi sia per quanto riguarda lo sport sia per la sua istruzione.
Va alla USC in California. Dimostra una velocità impressionante, ben oltre le 90 miglia, ma non riesce a reggere la pressione quando i suoi lanci perdono un po’ di controllo durante le partite.
Ma la stoffa c’è e Montreal lo sceglie nell’86 con il numero 34.
Passa un paio d’anni nelle Minors per migliorare il controllo di palla e per cercare di governare le emozioni che lo fanno agitare, e sbagliare,durante le partite.
Passa fra i professionisti, dove viene considRandy ai Mariners / SIerato il più intimidatore fra i pitcher, a causa della stazza, del look, della velocità mostruosa della palla e anche della mancanza di controllo nei lanci…
Montreal allora decide di mandare Randy a Seattle (foto a destra, SI) in cambio di Mark Langston. Dal 1990 al1992 Randy guida la classifica delle basi ball concesse e dei colpiti. Contro Milwaukee riesce nell’impresa di subire 4 punti a fronte di una sola valida a causa di ben 10 basi ball in 4 inning!
Riesce anche ad ottenere successi incredibili però.. verrà ricordato infatti come l’unico mancino ad aver mandato strike out Wade Boggs tre volte nella stessa partita!
Nel ’93 Randy Johnson diventa finalmente quello che tutti conosciamo.. chiude la stagione con 19 vittorie e 8 sconfitte, 3,24 di ERA e la prima di sei stagioni con più di 300 K.
L’anno successivo vince il Cy Young Award grazie ad un record di 18-2, 2,48 di ERA e 249 K..la sua percentuale di vittorie (il 90%!!!) è la seconda di sempre nella storia della American League.
Nel 1998 la sua stagione è divisa a metà.. fino al 31 luglio gioca a Seattle, poi viene ceduto a Houston. In 11 partenze ottiene 10 vittorie e porta gli Astros alla postseason dove, nonostante le sue prestazioni eccezionali, non viene supportato dall’attacco e Houston deve così riporre i sogni di gloria nel cassetto.
Nel ‘99, firma da Free Agent per la giovanissima franchigia dei D’Backs  un contratto di 4 anni a 53 milioni di dollari e vince il Cy Young Award della NL per 4 anni di fila, dal 1999 al 2002.
Nel 2001 arriva ad Arizona anche Curt Schilling e insieme vinceranno le World Series contro gli Yankees.. è record per una franchigia che, a soli 4 anni dalla nascita, riesce a vincere il titolo mondiale.
Ma il 2001 è ricordato anche per il più strano episodio mai registrato in un campo da baseball. Durante lo Spring Training contro i Giants, Randy colpisce una colomba con la sua fastball.. il povero volatile si schianta morto per terra fra un mare di piume svolazzanti!!…quando si dice trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Per la cronaca, il lancio viene classificato “no pitch”.

Nel 2002 Big Unit vince per la quarta volta consecutiva il Cy Young Award e conclude la quinta stagione consecutiva con più di 300 strikeout, vince la Tripla Corona ed è l’unico pitcher nella storia della MLB ad ottenere un record di 24 partite vinte e 5 solo perse!
Nel 2003 salta la maggior parte della stagione a causa di un paio di fastidiosi infortuni, ma riesce comunque ad infrangere un record personale. Randy Randy / ESPNriesce a battere il primo fuoricampo della sua carriera contro i Brewers…una notevole soddisfazione per un lanciatore che ha una media battuta di .128!!
Ma l’anno successivo ha in serbo per Randy (foto a sinistra, ESPN) uno splendido regalo per i suoi 40 anni. Infatti il 18 maggio contro i Braves Big Unit gioca la sua “partita perfetta”, il 17esimo della storia a riuscirci, diventando il giocatore più anziano della storia ad avere lanciato un perfect game.
Poco più di un mese dopo mette strikeout Jeff Cirillo dei Padres e diventa il quarto pitcher della storia a mettere a segno 4000 K!
Purtroppo per Randy i suoi compagni in attacco non riescono a capitalizzare le sue prodezze sul monte e la stagione si chiude con 16 Randy Johnson / SIpartite vinte e 14 perse, cifre bugiarde che non mettono in luce lo splendido lavoro che Johnson ha fatto per tutta la stagione.
L’anno dopo passa agli Yankees. Randy  (foto a destra, SI)  è parecchio incostante sopratutto nella prima parte della stagione, mentre si riprende nella seconda. Purtroppo però durante gara 3 della ALDS contro gli Angels subisce 5 punti e due homerun in 3 inning e si trova addirittura relegato nel bullpen..infatti in gara 5 apparirà in campo come rilievo di Mussina, cosa che non gli succedeva dal 2001 quando rilevò Schilling durante gara7 delle World Series.
L’anno successivo comincia bene, ma Randy fatica a trovare la forma anche a causa di una fastidiosa ernia discale. Addirittura nei playoff si trova costretto a fare una epidurale per attenuare il dolore e poter così scendere in campo in gara 3 della ALDS.
Il dolore alla schiena diventa però insostenibile e Randy deve operarsi. Gli Yankees decidono di cederlo nuovamente ai D’Backs in cambio di 5 giovani prospetti.
Ritorna in campo il 24 aprile 2007 e dopo un paio di partite ritrova la forma migliore. Ma la sfortuna si accanisce e il disco già operato l’anno prima fa di nuovo “crack”.. si rende necessario un nuovo intervento e la stagione 2007 per Big Unit finisce qui.
Rientra il 14 aprile 2008 portando a termine una stagione da 11 vittorie e 10 sconfitte e il 6 luglio ottiene il suo strikeout numero 4700..non male per un Randy Johnson / SI“nonnino” di 44 anni e con due ernie del disco alle spalle!
Il 26 dicembre 2008 Randy firma un accordo per un anno con i Giants (foto a sinistra, SI) per la modica cifra di 8 milioni di dollari! Il 4 giugno di quest’anno diventa il 24esimo pitcher della storia a raggiungere le 300 vittorie in carriera, prima di essere messo in lista infortunati a causa di un problema alla spalla sinistra.
Big Unit tornerà sul monte? E se tornerà sarà ancora Big Unit oppure diventerà “Not-so-Big Unit”?
Gli amanti del baseball lo aspettano…una volta i grandi esperti dicevano che uno di 2 metri non sarebbe mai potuto diventare un grande pitcher…se abbiamo creduto a loro, perchè non credere nel ritorno di Randy Johnson???

MLB: IL RITORNO DI BOONE, LA SCELTA DI SCHILLING

Uno ha vinto la sua battaglia più importante prima di tornare sul diamante, l’altro è pronto a imbarcarsi in un’avventura che potrebbe portarlo a diventare un senatore degli Stati Uniti. Sono Aaron Boone e Curt Schilling, due personaggi diventati famosi grazie al baseball che fanno parlare di sé anche per altre ragioni.

Quella di Boone è una favola a lieto fine. Mercoledì notte è tornato in campo con i suoi Houston Astros, poco più di cinque mesi dopo aver subito un’operazione a cuore aperto per correggere un difetto congenito dell’aorta. Peccato che i texani abbiano perso 2-0 in casa dei Chicago Cubs, unico neo di una serata che il 36enne terza base (ma a Wrigley Field ha giocato in prima) ricorderà a lungo. “Ero un po’ nervoso quandoAaron Boone sono sceso in campo, ma per fortuna sono entrato velocemente nell’atmosfera della partita” ha raccontato Boone (foto a destra, News.com), undici anni di esperienza in Major League. Accompagnato da un lungo applauso di coach e compagni quando si è presentato per la prima volta al piatto nel secondo inning, il 36enne approdato a Houston durante l’offseason ha chiuso senza una valida in tre tentativi, anche se nel quinto inning ha sfiorato l’homerun con una battuta presa proprio poco prima di finire fuori campo. “Sarebbe stato un modo divertente di tornare, ma si vede che oggi non era destino. Sarà per la prossima volta”. Per Boone già tornare sul diamante è stato un successo: “Non avevo pensato a un mio ritorno, volevo prima di tutto essere certo che l’operazione avesse avuto successo. Sarebbe andata bene anche se non mi fosse stato più concesso di tornare, ma visto che ha funzionato eccomi qui”.

Ben diverse sono le aspirazioni di Curt Schilling, 42enne ex leggenda del monte di lancio che sta pensando di prendersi il posto per il Massachussetts nel senato degliCurt Schilling Stati Uniti occupato per 50 anni da Ted Kennedy, morto la settimana scorsa a 77 anni per un tumore al cervello.
Tre World Series in bacheca (Arizona 2001, Boston 2004 e 2007), Schilling (foto a sinistra, ESPN) si è ritirato lo scorso anno dopo 20 stagioni in Mlb. “Diventare senatore è una possibilità che mi interessa” ha spiegato il lanciatore, 596 presenze e 216 vittorie in carriera . “Sono stato contattato da persone di cui mi fido, anche se molte cose devono succedere perché io mi presenti alle elezioni (previste per il prossimo 19 gennaio, ndr)”. L’ex lanciatore, registrato come indipendente, ha fatto campagna per i repubblicani alle presidenziali 2004 e 2008: dovesse davvero candidarsi, potrebbe riscuotere quel credito che a Boston e dintorni vanta da gara-6 dell’American League Championship Series 2004, quando conquistò la vittoria contro i New York Yankees pareggiando 3-3 la serie nonostante una caviglia infortunata che sanguinava copiosamente. Se vincesse (e finora grandi nomi per contrastarlo non ce ne sono) il Massachussetts passerebbe da una leggenda della politica a una del diamante.

MLB IN UN CLICK: LA NO HIT DI JONATHAN SANCHEZ, LANCIATORE DEI SAN FRANCISCO GIANTS

di GIDEON 12

Articolo della rubrica dedicata al mondo MLB, che racconta settimanalmente, utilizzando una foto, quello che è successo nel batti e corri USA.

 

No Hit di Sanchez

Il ricevitore dei San Francisco Giants Eli Whiteside sta per abbracciare il lanciatore Jonathan Sanchez (a destra) autore di una No Hit (gara senza subire valide NDR), nella sfida contro i San Diego Padres nella gara giocata Venerdì 10 Luglio a San Francisco.

Sanchez ha lanciato la No Hit usando 110 lanci, eliminando al piatto ben 11 avversari senza concedere nessuna base ball.
Sarebbe stato un perfect game, ma l’errore all’ottavo inning del terza base Juan Uribe è costata la gara perfetta al lanciatore di San Francisco.
Nonostante questo il lanciatore è stato aiutato da un difesa impeccabile, che non ha fatto mancare il suo apporto al lanciatore, come nella presa contro le recinzioni di Aaron Rowand al nono inning su una battuta di Edgar Gonzalez.
Davanti a suo padre (che guardava una partita del figlio in Major League per la prima volta), Jonathan Sanchez ha centrato la vittoria numero tre della stagione, nella gara che lo ha rivisto di nuovo partente dopo essere stato tolto dalla rotazione il 22 giugno.
Questa è la prima No Hit lanciata nella MLB dopo quella realizzata da Victor Zambrano contro gli Houston Astros il 14 settembre 2008.

Foto scattata da: Ben Margot

GOLDEN GLOVE: LADIES AND GENTLEMAN, SIGNORE E SIGNORI, ECCO A VOI ALBERT PUJOLS, MVP INDISCUSSO DELLA MAJOR LEAGUE

di EMILIANO DELUCCA

Se vuoi essere il migliore devi battere il migliore..ognuno dice di essere nato per esserlo…”King Albert” Pujols semplicemente E’ IL MIGLIORE!
In che altra maniera puoi definire un uomo che in 8 stagioni complete di MLB è stato 7 volte All Star e 2 volte MVP?
Josè Albert Pujols nasce a Santo Domingo, capitale della Repubblica Dominicana, il 16 gennaio 1980. La sua famiglia è realmente povera. Vivono con i sussidi statali, il padre è praticamente inesistente e il piccolo Albert viene cresciuto dalla nonna America.
Ma Pujols, pur non vedendo quasi mai il padre, ne segue le orme. Bienvenido Pujols è stato un grande lanciatore ed è conosciuto in tutta la Repubblica Dominicana. Albert cresce col sogno di diventare un giocatore della MLB per diventare come il suo idolo d’infanzia Julio Franco.
Nel 1996 Albert e suo padre raggiungono la famiglia che si era spostata qualche anno prima a New York. Ma la Grande Mela si rivela troppo violenta, così in blocco si trasferiscono a Indipendence nel Missouri, dove vive una folta comunità dominicana.
Nonostante le iniziali difficoltà con l’inglese, Albert entra nella Fort Osage High School. Le sue giornate sono solo baseball e studio, perché per sfondare nella Major deve per prima cosa superare l’ostacolo della lingua. Le sue stagioni alla high school sono fenomenali (il primo anno batte .500 con 11 HR).
Nel 1999 entra nel Marple Woods Community College dove rimane un solo anno. Non perché sia poco propenso allo studio o perché sia scarso come terza base ma perché.. nella prima partita batte un grande slam e sfodera un triplo gioco senza assistenza albert_pujolsda lasciare di stucco chiunque.
Viene reso subito eleggibile nel Draft del ’99. I Rockies e i Devil Rays sono interessati ma non più di tanto…alla fine quasi controvoglia viene scelto dai Cardinals al 13esimo giro, scelta numero 402!
Nel 2000 comincia la stagione nei Peoria Chiefs in singolo A, fino a passare nei Memphis Redbirds in AAA.
Nel 2001 prende parte allo Spring Training con Saint Louis, ma proprio mentre sta per essere rimandato a Memphis Bobby Bonilla si strappa il quadricipite e Albert prende il suo posto.
Contro i D’Backs,alla settima partita giocata, batte un HR, 3 doppi e 8 RBI…nasce King Albert!
Finisce la stagione con .329 di media, 37 HR e 130 RBI, record assoluto per un esordiente e viene eletto all’unanimità Rookie of the Year.
Nel 2002, con 34 HR e 127 RBI, porta i Cardinals a giocarsi la NLCS (finale della National League) contro i Giants, dove però gioca ancora, e alla grande, un certo Barry Bonds. Così San Francisco vola alle World Series e Albert arriva secondo nella classifica di MVP proprio dietro a Bonds.
Nel 2003 le sue medie sono stratosferiche: batte .359, .439 di arrivi in base e .667 di slugging, 43 HR, 124 RBI e più di 200 punti segnati. Diventa il più giovane giocatore della storia (soli 23 anni!) a vincere NL Batting Title dominando tutte le statistiche di battuta e arrivando ancora una volta secondo nel MVP dietro, guarda un po’, Barry Bonds.
Il 2004 vede Pujols diventare il prima base base titolare dei Cardinals. Nei suoi primi anni era stato usato principalmente come terza base ed esterno, destro e sinistro, ma poi, con l’arrivo di Scott Rolen e a causa di un infortunio, Albert viene posizionato stabilmente sul cuscino di prima. MV3Firma un contratto di 7 anni a 100 milioni di dollari e, sebbene disturbato da una fastidiosa fascite plantare, batte .331 con 46 HR e 123 RBI. Lui, Jimmy  Edmonds e Scott Rolen assumono il nickname di MV3 (vedi foto a destra) e portano i Cards alle World Series, dove però subiranno lo “sweep” dai Red Sox.
Il 2005 è l’anno della consacrazione. Raggiunge il suo massimo in carriera di basi ball e basi rubate e con 41 HR e 117 RBI finalmente vince il titolo di MVP della National.
La sua avventura nei playoff termina nella NLCS contro gli Astros,ma memorabile resta un suo fuoricampo in gara 5. Saint Louis sotto 4 a 2 al nono con 2 out. Eckstein batte un singolo, Edmonds guadagna la base per ball epujols-lidge-ap2 King Albert butta la pallina fuori dal Minute Maid Park..talmente fuori dallo stadio che la pallina atterra sui binari della ferrovia accanto al ballpark!  (vedi foto a sinistra)
Nel 2006, nonostante un infortunio, batte 49 HR e 137 RBI e finalmente riesce a vincere le World Series contro i Tigers per 4 a 2 e vede premiati i suoi miglioramenti in difesa con il premio “Gold Glove”.
Nel 2007 ancora un infortunio lo rallenta all’inizio, ma nelle prime tre partite dal suo ritorno in campo batte 4 fuoricampo…saranno 30 alla fine della stagione.
E nel 2008 viene eletto per la seconda volta MVP della National e vince anche il Roberto Clemente Award, con la motivazione di “incarnare dentro di sé l’essenza del baseball”.
Grande giocatore,marito e padre modello, attivissimo nell’aiutare i bambini affetti dalla sindrome di Down, come sua figlia Isabella…Insomma…Saint Louis al 13esimo giro…sceglie con il numero 402…Josè Albert Pujols…IL MIGLIORE!!