INTERVISTA ESCLUSIVA A MATTEO BRIGHI, CENTROCAMPISTA DELL’A.S. ROMA, CHE CI RACCONTA LA SUA PASSIONE PER IL BASEBALL

di DANIELE MATTIOLI

Il sito Grandeslam intervista in esclusiva Matteo Brighi, centrocampista della squadra di calcio dell’A.S. Roma, che ci racconta la sua passione verso il nostro sport, il baseball.

In ogni sport, i giocatori più conosciuti sono quelli che fanno gol o segnano il punto vincente, ma dietro alla vittoria si nascondono sempre atleti seri e con dei valori che, quando chiamati in causa, danno il massimo in ogni partita e alla fine forniscono quelle prestazioni decisive per l’economia della gara. E poi, in molte occasioni, quando segnano, siglano reti che valgono molto. A dimostrazione della loro importanza. Matteo Brighi è uno di questi. Lo è sempre stato in ogni squadra in cui ha giocato: dal suo esordio al Rimini, passando per Juventus, Bologna, Juve ancora, Roma, che lo cede in prestito al Parma e al Chievo Verona, fino a ritornare in pianta stabile nel club capitolino dove sta ottenendo grandi risultati. Tante ottime prestazioni con gol importanti, sia in Serie A che in Coppa Campioni e, a proposito, sono da incornicare le due reti segnate nella partita contro il Cluj in Champions League, stagione 2008. Alla fine, quando giochi così bene, ottieni anche il riconoscimento di vestire la maglia della Nazionale maggiore, dopo essere stato Capitano di quella Under 21.
Nella nostra intervista esclusiva al giocatore dell’AS Roma, non parleremo però di calcio.
Ma di baseball. Infatti Matteo, nato a Rimini ventinove anni fa, è un grandissimo appassionato dello sport del batti e corri e in questa intervista ci racconta questa sua passione. Buona Lettura.

DANIELE MATTIOLI: Ciao Matteo e benvenuto sul sito Grandeslam.
MATTEO BRIGHI: Ciao a tutti.

DANIELE MATTIOLI: Sei nato a Rimini e si dice che in Romagna ci sia il più grande concentramento di campi di baseball d’Italia. Nella tua infanzia, hai mai giocato a questo sport?
MATTEO BRIGHI: E’ vero c’è un bel concentramento di campi e una discreta cultura di baseball nella nostra zona, mi ha sempre affascinato come sport e a parte qualche improvvisazione in cortile non ho mai giocato “seriamente”.
Con alcuni amici 6 anni fa abbiamo fondato una squadra di slowpitch che partecipa al campionato provinciale di Rimini e per un paio di anni ho fatto qualche sparuta comparsata anche io, pure in questo caso “niente di serio”, ma il divertimento non è mancato.

DANIELE MATTIOLI: Quando torni a casa, riesci mai ad andare a vedere qualche inning della Telemarket, la squadra dei Pirati? Se sì, conosci qualche giocatore, come ad esempio, Mario Chiarini?
MATTEO BRIGHI: Visti gli impegni concentrati nel weekend è difficile riuscire ad assistere alle partite del Rimini nella regular season, quando le trasmettono le seguo su Rai Sport, più facile assistere a qualche partita di playoff.
Mario lo conosco, giusto qualche giorno fa l’ho sentito per fargli gli auguri di compleanno.

DANIELE MATTIOLI: Abbiamo toccato l’argomento Italia e allora ecco una domanda sulla nazionale. Hai seguito i successi del 2010 (primo posto all’Europeo e terzo alla Coppa Intercontinentale)? Cosa ne pensi?
MATTEO BRIGHI: Ci sarebbe da aprire un capitolo.
Il 2010 ha portato ottimi risultati come nazionale, spiace solo che abbia avuto poca visibilità. Questo sport non ha la visibilità che merita.

DANIELE MATTIOLI: Dall’Italia andiamo negli States, dove sappiamo che la tua simpatia per i San Francisco Giants. Come hai
reagito alla loro vittoria del Titolo? Hai avuto l’opportunità di vedere
qualche inning delle World Series?
MATTEO BRIGHI: Simpatizzo Los Angeles Dodgers e New York Yankees, tuttavia è stato bello assistere alla vittoria di una outsider come i Giants ed è stato facile affezionarsi a Wilson.
Le finali le ho viste su Sky registrate, con il commento del grande Pietro Nicolodi e di Faso.

DANIELE MATTIOLI: Se dovessi dire un giocatore chiave della squadra per questo traguardo, chi nomineresti?
MATTEO BRIGHI: Dire Lincecum, Huff o Cain sarebbe forse scontato. Cody Ross ha fatto pendere l’ago della bilancia in diverse situazioni e forse ha spostato gli equilibri in campo.

DANIELE MATTIOLI: Sempre rimanendo in tema di MLB, quali altri giocatori ammiri? E perché?
MATTEO BRIGHI: Manny Ramirez, Cole Hamels, Derek Jeter, A-Rod (Alex Rodriguez NDI), Albert Pujols, Ichiro Suzuki e Tim Lincecum hanno il tipico fascino da campione ed è difficile non rimanere colpiti.
Poi ci sono altri ottimi giocatori che non saranno mai degli idoli acclamati, con caratteristiche diverse e meno appariscenti, ma sul campo non sono di certo da meno e fra questi ci metto: Shane Victorino, Evan Longoria, Joey Votto, Miguel Cabrera, Felix Hernandez, Josh Hamilton e Troy Tulowitzki.

DANIELE MATTIOLI: In spogliatoio con te alla Roma, c’è qualche altro giocatore o anche dirigente (ad esempio Bruno Conti che da giovane giocava a Nettuno) che segue il baseball? Se sì, quale?
MATTEO BRIGHI: Nello spogliatoio fra gli sport americani vanno molto di più l’NBA e l’NFL, non c’è la cultura del baseball.

DANIELE MATTIOLI: Siamo arrivati all’ultima domanda della nostra intervista. Se dovessi fare dei paragoni con i giocatori MLB, a chi assomiglierebbero Francesco Totti, Philippe Mexes, Daniele De Rossi, Mirko Vucinic e Marco Borriello? E soprattutto, Matteo Brighi?
MATTEO BRIGHI: Beh non è semplice accostare atleti di due sport così differenti, ma ci proviamo.
Totti lo assocerei certamente a Jeter, in entrambe gli sport se pensi alla figura del capitano non puoi che pensare a loro.
Mexes come Damon sono giocatori eclettici e allo stesso tempo solidi difensori, il paragone può reggere.
De Rossi lo associo a Lincecum, due talenti puri che sono esplosi sotto le ali e i consigli di due leggende come Totti e Randy Johnson.
Vucinic come Doug Mientkiewicz sono partiti come ottimi prospetti incappati spesso in infortuni che non gli hanno dato la possibilità di giocare con continuità, ma di certo due giocatori di talento.
Boriello è Dustin Pedroia, puntuale quando serve un realizzatore di assoluta concretezza, ovviamente il paragone estetico non regge…
A Matteo Brighi vorrei associare Alex Liddi, quanto meno come un “in bocca al lupo”, un ragazzo di ottime qualità, spererei davvero potesse fare il grande salto per la sua carriera e come rappresentante dell’Italia nel baseball che conta.

DANIELE MATTIOLI: Grazie mille per la disponibilità Matteo.
MATTEO BRIGHI: Grazie a te.


(Si chiede, inoltre, qualora venissero prese notizie da questo articolo, di linkare la fonte. Grazie)
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RITORNA EMILIANO DELUCCA CON “GOLDEN GLOVE” E CI PORTA ALLA SCOPERTA DI TIM “THE FREAK” LINCECUM

di EMILIANO DELUCCA

Dopo un periodo di riposo, ritorna il nostro “Special One” Emiliano Delucca con la sua rubrica di grande successo Golden Glove. Si riparte con la vita, i successi e la classe di uno dei lanciatori più forti degli ultimi decenni: Tim Lincecum.

The Freak. The Franchise. Seabiscuit. Nel baseball i soprannomi si sprecano, soprattutto quando sembri un bat boy ma lanci missili verso casa base. Chiamalo come ti pare tanto lui se la ride. Se la ride mentre spazza via un battitore con una fastball o lo fa girare come fosse una ciambella col suo cambio o con le sue palle curve. Chiamalo come vuoi, lui ride.

Timothy LeRoy Lincecum nasce il 15 luglio 1984 a Bellevue nello stato di Washington. I suoi genitori Chris e Rebecca avevano dato alla luce 4 anni prima il loro primogenito Sean. E’ una famiglia molto sportiva e come i genitori anche i figli amano lo sport.
Chris e Rebecca amano il rock e nei viaggi in auto ascoltano moltissima musica. Tim ha una memoria incredibile per i testi: impara una miriade di canzoni tanto che i suoi compagni di squadra lo chiamano “The Human Jukebox”.
Chris Lincecum lavorava alla Boeing. Aveva una fervida mente analitica nel progettare aeroplani, mente che aveva allenato fin da piccolo giocando a baseball. A soli sei anni lanciava già le palle curve, poi un grave infortunio alla schiena gli chiude le porte del professionismo.
Sean è il primo a beneficiare degli insegnamenti del padre. Alto e muscoloso, è un ottimo pitcher e letteralmente una belva sul campo da football.
Tim invece è piccolo e mingherlino, ma segue come un’ombra il padre e il fratello imitando tutto quello che vede. Il padre nota che ha il fisico perfetto per poter interpretare il suo caricamento di lancio che è unico nel panorama del baseball, anche se qualcuno, maliziosamente, sostiene che lo abbia copiato da Sandy Koufax.
Purtroppo per Sean la sua carriera si ferma per una brutta frattura ad un braccio,così i genitori si concentrano su Tim. La madre lo accompagna ad allenamenti e partite mentre il padre filma tutte le sue apparizioni sul monte e la sera a casa le riguardano per correggere eventuali errori nel caricamento e nel rilascio della palla.
Il problema di Tim era il suo fisico. Troppo esile e quando entrò alla Liberty High School di Renton era alto 1,50 e pesava 39 chili. Ma era incredibilmente snodato e molto forte muscolarmente.

Passa il primo anno nella squadra delle riserve con una media ERA di 0,73.
Molti allenatori di college gli mettono gli occhi addosso, fra cui Ken Knutson della Washington University.
Per tutta la stagione Tim si mantiene su ottimi livelli, tuttavia, proprio nella partita in cui gli scouts sono seduti fra il pubblico, il suo caricamento rasenta la perfezione e la sua velocità di lancio raggiunge le 90 miglia. I Chicago Cubs decidono di spendere per lui una scelta durante il draft, ma Tim declina e accetta la corte di Coach Knutson con la promessa che non avrebbe interferito nella sua meccanica di lancio, non che ce ne fosse bisogno per la verità.
I primi due anni al college sono impressionanti. Nella stagione da sophomore (ovvero al secondo anno) concede ai battitori solo un misero .179!
Cleveland lo sceglie al 42esimo giro ma ancora Tim declina e clamorosamente sceglie in estate di giocare nella Cape Cod League. Durante l’All Star Game della Lega,naturalmente con gli scout ad osservarlo, tocca le 98 miglia all’ora.
Comincia il terzo anno al college mantenendo una velocità media sulle 90 miglia con punte fino a 101!!

Nonostante tutto, le squadre MLB non sono convinte della sua tenuta in una squadra professionistica visto il suo fisico esile. Al draft 2006 i Giants lo scelgono col numero 10, ma nella relazione degli scout viene definito “il piccolo Tim”.
Il suo soggiorno nelle Minors è lungo quanto un battito di ciglia. In Singolo A gioca 4 innings con 10 K e solo una valida subita. San Francisco lo passa in A avanzato e lui ottiene un record di 3 vittorie e 0 sconfitte con 58 K in 34 innings.
Nel 2007 passa in Triplo A: in 31 innings subisce un solo punto e mai una valida con corridori in posizione punto. E’ pronto, non deve più provare nulla e Russ Ortiz si infortuna e Tim prende il suo posto.
Nel suo primo inning in MLB subisce due valide,due punti ma ottiene tre eliminazioni al piatto. A maggio ottiene la sua prima vittoria contro Colorado.
L’anno successivo il pitching staff dei Giants programma per lui allenamenti mirati per preservare quel braccio bionico capace di lanciare siluri nonostante la “piattaforma di lancio” sia molto ridotta.
Chi lo affronta e subisce fulminanti eliminazioni, come Lance Berkman e Conor Jackson, lo descrive come un pitcher “intoccabile” e che ti fa fare figure da pollo grazie ai suoi tre lanci micidiali e velocissimi.
A fine stagione ottiene 265 strike outs, 54 dei quali con soli tre lanci, record del 2008. Totalizza inoltre 10,5 K per 9 Innings e la più bassa media slugger nei suoi confronti,ma pareggia anche il record per i wild pitches (lanci pazzi),17. Ciò nonostante vince il Cy Young Award.
Il 2009 è simile. Ottiene un record di 15-7, media ERA di 2,48 e 261 K e il secondo Cy Young consecutivo diventando il primo giocatore della storia a vincere il riconoscimento nei primi due anni di carriera in MLB, anche se, qualche settimana prima di venire premiato, viene fermato dalla polizia e trovato in possesso di una piccola quantità di marijuana.
La stagione 2010 parte con 5 vittorie e 0 sconfitte, ma a maggio entra in slump, forse mancanza di confidenza o eccessiva rilassatezza.
Fatto sta che fino ad agosto le cifre non sono il massimo.
Ma con la fine di agosto finisce anche lo slump, per stessa ammissione di Tim molto più lungo di quello che avrebbe voluto. Settembre si chiude con 5 vittorie e 1 sconfitta e si vola alla post season!

Alla sua prima partita di playoffs contro i Braves lancia uno shutout (gara senza subire punti) subendo solo due valide e ottenendo 14 eliminazioni al piatto, record assoluto per i Giants nella post season e annienta nientemeno che Halladay nella sua successiva partenza regalando la vittoria per 4-3 a San Francisco in gara 1 della NLCS.
Ed eccoci alle World Series. Gara 1 è una passeggiata per Tim che, dopo una partenza mostruosa, viene chiamato nel dug out per riposarsi. Il resto del lavoro lo compie il bullpen e San Francisco vince gara 1 contro Texas 11 a 7.
L’1 novembre 2010 ad Arlington, in Texas, San Francisco si gioca il suo primo match per vincere il titolo e capita nelle mani più sicure che ci siano…lancia The Freak!
Tim lancia 8 innings, subisce 3 valide fra cui un solo homer e ottiene 10 K. I Giants vincono per la prima volta le World Series grazie al suo Seabiscuit.

Chiamalo come vuoi…The Freak, The Franchise…chiamalo come vuoi, tanto lui se la ride e ridendo…diventa The Champ!

WORLD SERIES 2010 (6): RIFLESSIONI SULLA FINALE DURANTE IL VOLO SAN FRANCISCO-DALLAS

da Dallas (Texas, Usa), DANIELE MATTIOLI

Dopo due partite di Finale, San Francisco sogna il Titolo, Texas è chiamata al miracolo partendo da zero vittorie. Ecco il punto della situazione delle World Series 2010.

Qualche tifoso di ritorno in Texas dopo le prime due gare delle World Series, e soprattutto molti supporter di San Francisco animano il volo aereo che abbiamo preso per raggiungere Dallas. La scena che testimonia quanto siano decisi e carichi i tifosi dei Giants l’abbiamo prima di partire, quando il pilota del volo aereo esclama dal microfono “Go Giants”.

Mai tanta attesa è giustificata per un tifoso di San Francisco. La delusione per la sconfitta alla settima partita delle World Series del 2002 contro gli Anheim Angels è ancora viva e la voglia di festeggiare quel titolo che manca dal 1954 (quando ancora la squadra giocava a New York) è senza paragone. E l’impressione, dopo le prime due partite di Finale e il vantaggio di due gare a zero nella serie, è che questo possa essere veramente l’anno della squadra californiana. Cinici in attacco, solidi in difesa e sul monte di lancio: questa è una squadra rodata e in forma per vincere. Se poi aggiungi la coppia Uribe&Renteria nel box di battuta, calda come non mai, allora sognare è lecito.
Chi non può più solamente sognare ma deve cercare di riprendersi subito sono i Texas Rangers, che devono ritrovarsi a livello offensivo e sperare che le mosse di Manager Washington non siano disastrose come nelle prime due partite. Sarà Colby Lewis a cercare di far vincere la prima partita delle Finali ai suoi e sfiderà il buon Jonhatan Sanchez in una bella sfida tra grandi lanciatori.

E’ il momento di spegnere il PC…il volo aereo è arrivato a Dallas. A pochi chilometri da qui domani si giocherà gara tre delle World Series 2010. Texas contro San Francisco. La sfida continua.

 

MLB, FRANCHIGIE E MERCATO INVERNALE: PARLIAMO DI BASEBALL CON FABIO MILANO

di GIDEON 12

La sua firma c’è sempre. In ogni epica vittoria della Fortitudo il suo nome è sempre presente.
Chi si può dimenticare la salvezza decisiva di Matino, sede della qualificazione per la Final Four di Barcellona, dove, al nono inning con l’uomo del Barcellona in seconda, salvò la partita e mandò la Fortitudo in Spagna?
Oppure l’eroica vittoria di Nettuno nel pomeriggio di sabato 7 giugno a Nettuno, dove per ben due volte agli extrainning uscì indenne da una situazione di basi piene, vincendo la partita e rilanciando la Fortitudo in classifica?
E dulcis in fundo, il rilievo finale di Gara 5 della Finale Scudetto 2009 contro il San Marino, dove con uno strikeout su Rovinelli, ha fatto esplodere il popolo biancoblù del batti e corri.
A due mesi dalla vittoria dall’ultima eliminazione al piatto della sua meravigliosa stagione, torniamo a parlare di baseball, dalla Major League alle franchigie passando per il mercato invernale, con il closer per eccellenza: Fabio Milano.

GIDEON 12: Ciao Fabio.
FABIO MILANO: Ciao a tutti.

GIDEON 12: Sono da poco finite le World Series 2009, che hanno incoronato i New York Yankees Campioni del Mondo. Tu che sei un tifoso dei Red Sox Sox come hai vissuto queste finali? E soprattutto ti sei ripreso dopo la loro vittoria?
FABIO MILANO: Io ho dimenticato tutto riguardo i New York Yankees. Hanno giocato del buon baseball, ma sono stati agevolati anche dal fatto che Ryan Howard (clean up dei Phillies, apparso giù di forma alle World Series NDI) non ha affatto aiutato la sua squadra.

GIDEON 12: E’ però innegabile che quest’anno gli Yankees avevano qualcosa in più in rispetto alle altre squadre, complice un mercato invernale super. Chi tra i nuovi acquisti (Mark Teixeira, AJ Burnett e CC Sabathia) ti è sembrato il più decisivo alla fine?
FABIO MILANO: Diciamo che quando comperi i migliori giocatori disponibili, non è difficile vincere. E così è stato per gli Yankees.

GIDEON 12: Hideki Matsui ha vinto il premio di MVP, sconfiggendo al foto finish Chase Utley, trascinatore dei Phillies, e Mariano Rivera, closer degli Yankees. Condividi la scelta del premio, o lo avresti dato ad un altro giocatore?
FABIO MILANO: Io penso che Derek Jeter avrebbe dovuto vincere il premio di MVP, soprattutto perchè Jeter ha giocato tutte le partite delle finali, mentre Matsui solo quelle a New York e non in quelle della National League, giocate a Philadelphia.

GIDEON 12: A proposito di Mariano Rivera, tu e lui avete in comune molte qualità come essere due giocatori vincenti e decisivi per la vostra squadra. Quanto Fabio Milano assomiglia a Mariano Rivera per te?
FABIO MILANO: Beh, in verità ti dico che c’è un piccolissimo paragone tra me e Mariano. In comune abbiamo il sangue freddo quando siamo sul monte e il coraggio di fronte ai battitori di ogni tipo che affrontiamo.

GIDEON 12: Parlando dei Boston Red Sox per loro questa è stata una stagione al di sotto dei livelli di cui ci avevano abituati: qualificazione solo tramite la wild card e sconfitta 3 gare a 0 contro gli Angels al primo turno di Playoff. Cosa gli è mancato secondo te?
FABIO MILANO: A mio avviso è mancata la consistenza. Infatti ai Red Sox sono mancati i grandi battitori all’interno del lineup e David “Big Papi” Ortiz non è stato lo stesso. Inoltre Boston ha sofferto anche la mancanmza di buoni lanciatori partenti per tutta la stagione.

GIDEON 12: Voliamo ora dagli Stati Uniti in Italia, dove la settimana scorsa è stato ufficializato il programma delle franchigie che ha portato un grande cambiamento nel baseball italiano. Cosa ne pensi di questo cambiamento? Sarà utile al baseball italiano?
FABIO MILANO: Mi piace l’idea della Franchigia ma non quella dei 6 ASI (i giocatori di scuola italiana da 5 passano a 6, mentre gli stranieri da quattro diventano 3 NDI). Se vuoi che le persone vengano a vedere la partita, devi offrigli qualcosa da vedere e sfortunatamente è il giocatore straniero che attira i tifosi. Questa nuova regola, comunque, aiuterà i giovani giocatori che avranno più spazio per giocare.

GIDEON 12: Parlando invece di Fortitudo Baseball, nelle scorse settimane, il sito Mister Baseball.com ha stabilito che la Fortitudo Bologna è la squadra più forte del 2009, grazie alla vittoria dello Scudetto e al secondo posto in European Cup. Quanto è importante aver ricevuto questo riconoscimento?
FABIO MILANO: Sono felice di far parte della squadra considerata la migliore in Europa. Questo è un bel risultato che tutti noi dobbiamo essere fieri di avere raggiunto e cercare di ripetere.

GIDEON 12: E’ anche periodo di mercato ed ha fatto parlare molto l’arrivo di Ruggiero Bagialemani a Grosseto, come nuovo allenatore della squadra maremmana. Riuscirà secondo te a rilanciare la squadra grossetana?
FABIO MILANO: Penso che hanno scelto un allenatore che conosce bene il gioco ma dipende anche i giocatori che deve allenare. Se Kelly Ramos torna a Grosseto può fare solamente bene alla squadra toscana e un Riccardo De Santis in forma li aiuterà di certo. Staremo a vedere.

GIDEON 12: E infine, Fabio Milano dove sarà nel 2010? Ancora in Fortitudo?
FABIO MILANO: Riguardo a dove giocherò nel 2010, a me piacerebbe restare qui, in Fortitudo. Vedremo cosa la Fortitudo deciderà.

GIDEON 12: Grazie mille per la disponibilità.
FABIO MILANO: Grazie a te.

MLB POST SEASON 2009: CHIUDE LO SPECIALE SULLE WORLD SERIES 2009 L’ARTICOLO DEL NOSTRO EMILIANO DELUCCA CHE CI RACCONTA LA VITA DI ANDY PETTITTE, TRASCINATORE DEGLI YANKEES AI PLAYOFF 2009

di EMILIANO DELUCCA

mlb-logo1E’ sempre bello tornare a casa, qualunque essa sia…Andy Pettitte l’ha fatto due volte.
Ha lasciato New York per tornare nella città che l’ha cresciuto, Houston, aiutandola a vincere il suo primo Pennant, poi è tornato nella sua seconda casa, il Bronx.
Ombroso, silenzioso, sempre al suo posto e poco appariscente.. Il suo ritorno non è stato roboante come l’acquisto di Alex Rodriguez, CC Sabathia o Mark Teixeira, ma a volte il silenzio può far tanto rumore e può portare alla vittoria..

Andrew Eugene Pettitte nasce il 15 giugno 1972 a Baton Rouge nella Louisiana. E’ il secondo figlio di Joann e Tommy Pettitte che crescono lui e la sorella Robin di 3 anni più grande con tanto affetto e amore.
Non appena comincia a camminare Andy si mette a giocare a baseball.
I genitori non hanno molti soldi così Tommy,vedendo che suo figlio ha una buona attitudine sul monte di lancio,si mette a studiare tutto quello che può sui meccanismi di lancio e sulle strategie.
Con l’aiuto del padre Andy, all’età di sette anni, acquisisce già un ottimo stile di lancio.
La famiglia Pettitte si trasferisce a Deer Park, sobborgo di Houston, nel 1981. Tommy lavora in una raffineria di petrolio e nel tempo libero allena Andy e la sua squadra di Little League.
I suoi genitori si domandano se sia giusto che Andy sia così totalmente assorbito dal baseball, anche perchè il giovanotto diventa una belva ogni volta che perde una partita oppure quando un lancio effettuato non è esattamente quello che pensava di mandare verso il piatto.
Si dispera, e a casa ripete all’infinito il movimento esatto per evitare di ripetere l’errore.
Il suo idolo, come è naturale per ogni pitcher texano, è Roger Clemens che in quegli anni muove i primi passi da professionista a Boston.
Nel 1986 entra alla Deer Park High School e lì incontra Laura Dunn che diventerà qualche anno più avanti sua moglie e da cui avrà quattro figli.
Suo padre si fa da parte e lascia che a sviluppare le doti di Andy ci pensi il suo coach Jim Liggett.
Già nell’anno da Junior ha una velocità di lancio oltre le 80 miglia e soprattutto un grandissimo controllo della pallina e nell’anno da senior riesce a vincere il campionato con la sua squadra.
Ogni volta che Andy lancia le tribune sono gremite di scout provenienti sia dai College che dalla MLB. Impressiona soprattutto per la location precisa dei lanci pur essendo un mancino e per la freddezzaAndy Pettitte in maglia Yankees / SI con cui affronta le partite..sembra indossare una maschera con un’unica espressione seria ed impassibile.
Riceve importanti offerte, compresa quella della Louisiana State University, ma nella primavera del 1990 viene draftato al 22esimo giro dagli Yankees. Andy vorrebbe essere preso dagli Astros, purtroppo però gli scout di Houston sono famosi per non essere in grado di raccogliere i fiori che gli crescono in giardino.. ed infatti Andy viene ignorato!
Indeciso sul da farsi, preferisce passare un anno al vicino San Jacinto Junior College per poi vedere se andare alla LSU, rendersi eleggibile al draft oppure firmare per gli Yankees.
Wayne Graham, coach del San Jacinto, vede le potenzialità di Andy, e infatti lo definisce “il Roger Clemens mancino”.. durante l’inverno gli prepara un programma di allenamenti per perdere peso, migliorare la forma fisica e la meccanica di lancio.. i risultati sono strabilianti!
In pochi mesi la sua fastball passa da 85 a 92 miglia all’ora e gli Yankees lo convincono a firmare per loro prima che la scelta del draft scada e Andy possa tornare eleggibile.
Passa nelle minors e a Greensboro conosce e diventa grande amico di un certo Jorge Posada, un ragazzino molto promettente come ricevitore.
Nelle minors raggiunge un record di 51 vinte e 22 perse con una media ERA totale di 2,48 in 122 partenze e nell’anno da Rookie ha una media di 0,48…letteralmente impressionante!
Il lancio di Pettitte / ESPNAndy fa il suo debutto negli Yankees il 29 aprile 1995. Il 1996 è il primo anno di nove consecutivi come partente di NY. Ha il record di vittorie per l’America League, 21, e gli Yankees vincono le World Series in sei partite, di cui una vinta e una persa per Andy.
Nel 1997 e nel 1998 è nella top ten in tutte le statistiche dei lanciatori e proprio nel ’98 vince per la seconda volta le World Series. Fino a gara 4 Andy non viene utilizzato..il padre viene operato in quei giorni per un doppio bypass cardiaco e lui vuole rimanere al suo fianco.
L’operazione riesce perfettamente così torna a New York dove gli Yankees stanno “asfaltando” i Padres.. gioca gara 4 lanciando per 8 inning senza subire punti e lascia che siano Nelson e Rivera a “matare” San Diego.
Le stagioni gloriose degli Yankees e di Pettitte proseguono sia nel ’99 che nel 2000, battendo in successione Atlanta e l’anno successivo i New York Mets nelle ormai famose Subway Series.
Le successive stagioni scivolano via con ottimi risultati personali che purtroppo non si tramutano in succesi di squadra.
Alla fine della stagione 2003 Andy decide di tornare a casa, in silenzio, come piace a lui..
A Houston sceglie il numero 21 in onore del suo idolo e grande amico Roger Clemens.
La stagione 2004 termina molto presto per Andy che finisce sotto i ferri per un intervento al gomito.Pettitte con la divisa degli Astros...grande stagione la sue nel 2005 / ESPN
Rientra la stagione successiva per portare la squadra della sua città alle prime World Series della sua storia, ottenendo la miglior media ERA della sua carriera, 2.39, seconda solo a quella del suo compagno di squadra Clemens. Purtroppo Houston subisce lo sweep dai White Sox, che non vincevano le WS dal 1917!
Dopo che nella stagione 2006 Houston non raggiunge i playoff, Andy torna nella sua seconda casa..
A New York il rumore è tanto.. gli Yankees non vincono dal 2000, il pubblico esigente della Grande Mela brontola..uno Yankee non è abituato a perdere..
Andy lavora in silenzio come suo solito..lavora duro e nonostante le sue continue stagioni al top gli Yankees vogliono ridurre il suo ingaggio..sembra sul punto di andarsene ma riesce alla fine ad accordarsi e resta anche per il 2009.
Il 31 agosto lancia 6.2 inning perfetti fino a quando Hairston Jr commette un errore su una palla facilissima.. il battitore successivo batte un singolo,levandogli così anche la soddisfazione della No Hit..
Il 25 ottobre vince gara 6 contro gli Angels per l’ALCS battendo il record di vittorie decisive nella postseason, mentre il 31 ottobre a Philadelphia batte il suo primo RBI Gli applausi dello Yankee Stadium a Pettitte dopo la sua ottima prestazione in gara 6 delle World Series / Athlonnei playoff mandando a casa Swisher e vincendo anche la partita.
E il 4 novembre vince la decisiva gara 6 delle World Series, sempre col suo sguardo imperturbabile e la sua calma incredibile..
18 vittorie complessive e 6 vittorie decisive nei playoff, 5 World Series vinte…certo, Alex Rodriguez e Derek Jeter sono le star e fanno molto più rumore, però… ehi New York..? Lo senti questo silenzio…? E’ Andy Pettitte che vince ancora…

MLB POST SEASON 2009: LE FOTO DEI FESTEGGIAMENTI DELLA VITTORIA DELLE WORLD SERIES DEI NEW YORK YANKEES

di GIDEON 12

mlb-logo1Siamo arrivati al penultimo articolo che celebra la vittoria numero 27 delle World Series da parte dei New York Yankees, che in finale hanno battuto i Philadelphia Phillies, per 4 gare a 2. E’ un articolo fotografico, in quanto realizzato interamente con le foto dei festeggiamenti dei Bronx Bombers riunite in una slide.

MLB POST SEASON 2009: LE PAGELLE DELLE WORLD SERIES

mlb-logo1di GIDEON 12

Dopo nove anni di digiuno, i New York Yankees sono di nuovo Campioni del Mondo. La squadra di Joe Girardi ha infatti sconfitto per 4 gare a 2 i Campioni del 2008 dei Philadelphia Phillies.
Ripercorriamo ora queste World Series, valutando il comportamento dI ogni singolo giocatore delle due squadre.

NEW YORK YANKEES

BATTITORI

ALEX RODRIGUEZ, 3B (.250 AVG, 1 HR, 6 RBI): Dopo le prime due gare giocate a New York non aveva Alex Rodriguez batte il doppio della vittoria / ESPNbattuto una valida, ma a Philadelphia colpisce l’homer della rimonta in gara 3 e il doppio della vittoria in gara 4. E dopo la vittoria del titolo, lo aspetta (si dice) il matrimonio con una delle più belle attrici di Hollywood, Kate Hudson. Una stagione indimenticabile la sua. Voto 7,0.

DEREK JETER, SS (.407 AVG, 0 HR, 1 RBI): Non traggano in inganno i fuoricampo e gli RBI battuti, perchè alla fine quello che conta maggiormente sono gli arrivi in base, e quelli dell’Interbase sono ben 14, frutto anche di 11 valide in 27 turni nel box. Gli anni passano per tutti…ma non per Jeter. Voto 8,5.

ROBINSON CANO, 2B (.136 AVG, 0 HR, 1 RBI): Per fortuna che i suoi compagni di squadra hanno battuto anche per lui, perchè offensivamente parlando è stato inguardabile in queste World Series. La difesa senza sbavature gli alza la valutazione. Voto 5,0.

NICK SWISHER, RF (.133 AVG, 1 HR, 1 RBI): Non esaltanti le sue World Series a tal punto che Girardi gli preferisce Hairston Junior. Si riscatta battendo il fuoricampo della sicurezza in gara 3, ma di lui ricorderemo la grinta sempre presente in ogni azione. Voto 5,5.

JOHNNY DAMON, LF (.364 AVG, 0 HR, 4 RBI): Rimarrà nella storia del baseball la sua doppia rubata, nella parte alta del nono inning in gara 4, che ha messo in crisi Brad Lidge, lanciatore dei Phillies, dando la vittoria ai suoi. Grandi World Series le sue e di conseguenza ottima valutazione per l’ex Boston Red Sox. Voto 7,5.

MELKY CABRERA CF (.154 AVG, 0 HR, 0 RBI): L’infortunio in gara 4 lo costringe ad abbandonare le World Series in anticipo, ma per l’esterno di New York le medie offensive sono basse. Voto 5,0.

HIDEKI MATSUI, DH (.615 AVG, 3 HR, 8 RBI): Miglior battitore delle World Series (anche se per questo dato influiscono i pochi turni in battuta, Hideki Matsui, MVP delle Finali / ESPNsolo 13), sconfigge in extremis Chase Utley per il premio di MVP, grazie ai 6 punti battuti a casa che permettono agli Yankees di vincere gara 6. In poche parole, una World Series da “Godzilla” per lui. Voto 8,0.

MARK TEIXEIRA, 1B (.136 AVG, 1 HR, 3 RBI): Il prima base degli Yankees ha fatto la gara con Ryan Howard per chi battesse di meno tra i due. Il prima base dei Philadelphia ha dati migliori, però l’ex Angels batte il fuoricampo del pareggio e della rimonta in gara 2. Comunque troppo poco per lui.Voto 5,0.

JORGE POSADA, C (.263 AVG, 0 HR, 5 RBI): Non sarà più il miglior ricevitore della Lega (ora è Joe Mauer dei Minnesota Twins), ma riesce sempre ad essere presente e determinante in ogni situazione. Voto 6,5.

LANCIATORI (partenti e closer)

C.C. SABATHIA (3.29 ERA, 12 K in 13.2 IP): Se non ci fosse stato Chase Utley, la sua media ERA sarebbe stata ancora più bassa. Nonostante questo particolare (Utley ha colpito 3 fuoricampo contro Sabathia, che nelle World Series ha subito solo 5 segnature), l’ex Indians ha mostrato di saper gestire bene la pressione della Finalissima, nonostante fosse il suo primo Fall Classic. Voto 6,5.

ANDY PETTITTE (2 W – 0 L, 5.40 ERA, 10 K in 11.2 IP): Classe ed esperienza. Sono questi i due aggettivi che descrivono alla perfezione l’ex Houston Astros. Discreto in gara 3, ottimo in gara 6, buona la sua valutazione. Voto 7,0.

AJ BURNETT (1 W – 1 L, 7.00 ERA, 11 K in 9.0 IP): Se in gara 2 non ha fatto vedere pallina all’attacco dei Phillies, in gara 5 Utley e compagni lo hanno “riempito” di valide facendo durare la sua gara solamente due riprese. E questo dato influisce molto negativamente la sua valutazione. Voto 5,5.

MARIANO RIVERA (2 SV, 0.00 ERA, 3 K in 5.1 IP): Semplicemente perfetto. Quando sale sul monte di lancio, per gli avversari sono dolori. E’ stato la chiave di questa World Series. Voto 8,0.

 

PHILADELPHIA PHILLIES

BATTITORI

JIMMY ROLLINS, SS (.217 AVG, 0 HR, 2 RBI): World Series quasi sufficenti per l’interbase dei Philadelphia Phillies, che aggiunge ai suoi numeri anche tre basi rubate. Voto 5,5.

SHANE VICTORINO, CF (.182 AVG, 0 HR, 2 RBI): Se era stato insieme ad Howard il trascinatore dei Phillies nella finale di Lega contro i Los Angeles Dodgers, gioca queste World Series molto al di sotto dei suoi standard. Voto 5,0.

CHASE UTLEY, 2B (.286 AVG, 5 HR, 8 RBI): Se non fosse stato per l’exploit di Matsui, probabilmente il premio di MVP sareChase Utley, il migliore dei Phillies / ESPNbbe andato al numero 26 dei Philadelphia Phillies, autore di una World Series da urlo. Solo il grande Reggie Jackson, prima di lui, aveva battuto 5 fuoricampo alle World Series. E’ il miglior seconda base della Lega. Voto 8,5.

RAUL IBANEZ, LF(.304 AVG, 1 HR, 4 RBI): Voto 7,5.
Ultimo, insieme a Ruiz e a Utley, a mollare, ha giocato anche lui delle World Series veramente spettacolari. E’ stato limitato da un infortunio, ma quando è stato chiamato in causa non si è mai tirato indietro. Voto 7,5.

RYAN HOWARD, 1B (.174 AVG, 1 HR, 3 RBI): Dopo le finali di National League da MVP, entra in slump proprio nel momento più importante della stagione, ovvero le World Series, realizzando il record negativo di strike out subiti nella Fall Classic, ben 13. Si sveglia troppo tardi, colpendo il fuoricampo della speranza in gara 6. Come per Teixeira, troppo poco per lui. Voto 5,0.

PEDRO FELIZ, 3B (.174 AVG, 1 HR, 2 RBI): Ottimo in difesa, peggio in attacco. Suo il fuoricampo del pareggio in gara 4, che ha visto i Phillies rimontare lo svantaggio all’ottavo inning. Voto 5,5.

CARLOS RUIZ, C (.333 AVG, 1 HR, 2 RBI): Miglior battitore della squadra, da nono in battuta fa quello che avrebbe dovuto fare il numero 4 del line up. Nonostatne la sconfitta in Finale, World Series fantastiche le sue. Voto 7,0.

JAYSON WERTH, RF (.263 AVG, 2 HR, 3 RBI): Se Werth prendesse meno strike out, sarebbe uno dei migliori giocatori dell’intera MLB. Sette eliminazioni al piatto sono tante, ma si risolleva grazie anche ai due fuoricampo battuti. Peccato per i Phillies che non ci fosse nessuno sulle basi. Voto 6,5.

LANCIATORI (partenti e closer)

COLE HAMELS (0 W – 1 L, 10.38 ERA, 3 K in 4.1 IP): Paga la scarsa condizione con cui è arrivato alle World Series. Emblematica, a riguardo, la difficoltàCliff Lee, miglior lanciatore delle World Series / ESPN che ha incontrato nel lanciare la curva in gara 3. Si rifarà con la prossima stagione. Voto 5,0.

CLIFF LEE (2 W – 0 L, 2.81 ERA, 13 K in 16.0 IP): Intoccabile in gara 1 allo Yankee Stadium dove ha lanciato una delle più belle partite della storia delle World Series (se non la più bella…) paga, in termini di ERA, il ritardo con il quale è stato cambiato in gara 5, quando le forze erano ormai arrivate al capolinea. E’ stato senza dubbio il miglior lanciatore di queste World Series. Voto 8,0.

PEDRO MARTINEZ (0 W – 2 L, 6.30 ERA, 13 K in 10.0 IP): Paga la scelta completamente sbagliata del Manager Charlie Manuel di fargli lanciare la seconda gara delle World Series allo Yankee Stadium, campo favorevole ai fuorcampisti e ostile ai lanciatori che ne subiscono molti come lo stesso Pedro. Nonostante questo, molto buono in gara 2, insufficente in gara 6. Voto 5,5.

JOE BLANTON (6.00 ERA, 7 K in 6.0 IP): Lancia gara 4, subendo 4 punti ma tenendo comunque i suoi in partita. Prestazione sufficente la sua. Voto 6,0.

BRAD LIDGE (0 W – 1 P, 1 SV, 27.00 ERA, 1 K in 1.0 IP): Quando si è ad uno strike da portare gara 4 agli extra inning, e si subisce un singolo prima e un doppio poi, si capisce subito che non era la tua serata. E di conseguenza nemmeno le tue World Series. Voto 5,0.